Liberaci dal male (della pena di morte)

Cappio

I dati sono forniti da Amnesty International: nel 2017 sono state eseguite, in 23 Paesi del mondo, almeno 993 condanne a morte. “Almeno” perché da alcuni Paesi, come la Cina, non è possibile ottenere dati certi.
Questa pena, la più inumana di tutte, ha una sua storia purtroppo millenaria: proviene dalla legge del taglione, dal desiderio di vendetta e non di riparazione. Solo da pochi anni, ragionando nella dimensione storica, si sta ponendo nel mondo il problema del suo superamento; e in 141 Stati essa è stata abolita a tutti gli effetti o negli effetti pratici.
Tuttavia, periodicamente, anche in Italia, c’è chi, sull’onda emotiva di un delitto particolarmente odioso o efferato, torna a riproporla.
I motivi per rinunciare alla pena di morte, però, sono molti.

Gli studi disponibili su di essa mostrano che non riduce affatto il tasso di omicidi e che non ha alcun effetto deterrente; al contrario, come si legge in uno studio di Fiammetta Guerra, essa produce una mortificazione degli effetti moralizzatori della legge penale, degradando il rispetto della vita umana. Di conseguenza, si produce un effetto dannoso sulla psiche della collettività che si traduce talvolta in un effetto criminogeno.”
Si potrebbe continuare a lungo, per mostrare l’inutilità e la dannosità di questa pena, citando la violazione del diritto alla vita, la possibilità dell’errore giudiziario, l’annullamento della differenza morale tra condannato e condannante, la sofferenza inflitta ai familiari del condannato, l’inumanità del trattamento.

Ai margini di tutti questi argomenti si può formulare una riflessione finale: la pena di morte fa a meno di un principio basilare che dovrebbe stare alla base di ogni sistema penale, cioè la riabilitazione. La pena, nonostante sia afflittiva, deve sempre prevedere la possibilità che il reo, in quanto essere umano, si redima. Uccidere il reo significa trattarlo come un elemento estraneo al corpo sociale, qualcosa che non gli appartiene, un cancro da espellere. Nell’assassinio del colpevole si legge la paura di una società a leggere e riconoscere il male che in essa alberga; a causa di questa paura, essa nega lo statuto di essere umano al colpevole.
Occorre che i sostenitori della pena di morte riflettano su questo: riconoscere l’umanità vuol dire credere all’uomo; la pena di morte lo nega, e nega anche la possibilità di riflettere su quanto di negativo c’è nei nostri stessi comportamenti sociali, utilizzando il corpo del reo come il la rappresentazione del male.
Eliminato lui, non è eliminato il male.

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Chi è Giusto

Giardino dei Giusti di Milano

 

A Milano, sul Monte Stella, c’è il Giardino dei Giusti: un luogo dove vengono commemorati coloro che, nella storia recente, hanno difeso vite e diritti umani. Esistono circa novanta luoghi simili in tutta Italia ed una decina in tutto il mondo.
Il primo Giardino dei Giusti nacque in Israele nel 1962: si volle in questo modo onorare chi, pur non essendo ebreo, si impegnò per la difesa e la salvezza degli ebrei perseguitati. L’idea fu quella di piantumare un albero per ogni Giusto commemorato.
Quindi l’idea originale si basa sull’unicità dello sterminio degli ebrei nella storia.
Ma purtroppo nella storia quello degli ebrei non fu l’unico sterminio, anche se il governo israeliano e molti ebrei sono convinti che sia ripugnante o addirittura antisemita negare l’unicità della Shoah, il che si basa probabilmente su di una concezione di origine religiosa della storia e sulla peculiare identità collettiva degli ebrei, popolo che si definisce in base alla religione professata.
All’inaugurazione del primo Giardino dei Giusti Elie Wesel affermò che la Shoah è stata bestialità non contro uomini ma contro ebrei, perché giudicati non umani dai loro persecutori. Il che è vero.
In effetti ogni episodio storico è unico per definizione ed è impossibile negare che gli ebrei furono sterminati proprio perché ebrei; tuttavia è in realtà altrettanto impossibile negare che al mondo sono esistiti altri episodi di genocidio.
Ne sanno qualcosa gli armeni: il loro Giardino dei Giusti è dedicato a chi si è opposto al genocidio armeno.
E dunque: chi sono i Giusti? Quelli commemorati nello Yad Vashem di Gerusalemme o quelli di Yerevan, capitale dell’Armenia?
Ovviamente entrambi, ma non solo.
È possibile infatti condannare tutti i genocidi senza negarne alcuno.
Lo hanno capito bene i creatori del Giardino dei Giusti di Milano. Superando l’idea che ciascuno debba commemorare solo i “propri” Giusti, l’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, che lo gestisce, ha “esteso il concetto di Giusto sino a includere quanti, in ogni parte del mondo, hanno salvato vite umane in tutti i genocidi e difeso la dignità umana durante i totalitarismi”.

Ma sei sicuro?

Paura

“Sicuro” deriva dal latino “sine cura”. Cioè, senza preoccupazioni.

Con tutto questo badare alla sicurezza che attraversa il nostro quotidiano, siamo più sicuri?
Cioè, abbiamo adesso meno preoccupazioni di prima?

Oggi, in nome della sicurezza, si approvano leggi spaventose: quelle che ampliano la possibilità di sparare, quelle che fanno differenze di trattamento giudiziario tra persone a seconda della loro provenienza geografica.
La “cura” per la sicurezza (e già qui si intravede l’ossimoro, la contraddizione: ma non dovevamo restare “sine cura”?) ha ormai generato una paradossale divaricazione tra sicurezza “effettiva” e sicurezza “percepita”.
Cioè, mentre in Italia i reati violenti sono in oggettiva diminuzione, l’allarme sociale cresce e l’opinione pubblica, opportunamente nutrita di notizie, enfasi, urla mediatiche, percepisce l’esatto contrario.
Il dato soggettivo, insomma, contrasta con quello oggettivo.
Telecamere dappertutto, cani che annusano gli studenti, pattuglie armate che Rambo glie spiccia casa…

La psicosi dell’insicurezza cresce.
E così, per togliere preoccupazioni ai cittadini, li si riempie di preoccupazioni.
Se ci pensate, è un capolavoro.

Ricostruire il pensiero di sinistra dopo il PD

La sinistra in Italia è distrutta. Non esiste quasi più.
Il Partito Democratico non ne fa più parte per scelta: ha assunto e rivendica posizioni politiche decisamente di destra. Queste posizioni politiche si sono tradotte, nel periodo in cui governava, in leggi.
Queste hanno spostato a destra il Paese; esse trovano le loro radici nelle proposte politiche della destra.
Per fare alcuni esempi eclatanti, prendiamo in considerazione la cosiddetta “Buona Scuola”, il Jobs Act, le leggi Minniti-Orlando. All’osservatore politico non può sfuggire il fatto che tutte le idee che stanno alla base di questi provvedimenti sono nate nell’alveo del partito berlusconiano o nel partito xenofobo chiamato “Lega”.
Il PD è stato recentemente punito dall’elettorato perché questo, tra la copia e l’originale, ha scelto l’originale.

Il PD è erede di una serie di mutamenti politici originati dallo scioglimento del Partito Comunista Italiano del 1991. Dopo quell’evento, cambiò nome un paio di volte abbandonando le idee della sinistra, prima in maniera larvata, poi, via via, in maniera sempre più evidente e conclamata.
Solo a titolo di esempio: oggi il PD arriva a rivendicare, come provvedimento positivo, un numero di rimpatri di migranti eseguiti sotto il ministero Minniti superiore a quello riuscito al ministro di ultradestra Salvini.

Il PD nasce nel 2007, ma la sua storia inizia, come abbiamo visto, nel 1991. In quasi trent’anni ha compiuto un’operazione letale per la sinistra: ha spacciato per sinistra ciò che era di destra. Ha così trascinato il proprio elettorato verso gli obiettivi della destra, adulterando il vocabolario in modo da rendere accettabili una serie di mutamenti politici di ispirazione neoliberista ed autoritaria.
Così, sempre per esempio, i dirigenti scolastici sceriffi e manager, da anni cavallo di battaglia delle proposte berlusconiane, sono diventati legge; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che è stata tentata più volte dai governi di destra, è divenuta realtà con Renzi; provvedimenti da Stato di polizia come il Daspo urbano sono divenuti leggi con Minniti.

Solo un illusionista o un baro possono dire che questi provvedimenti siano di sinistra. Eppure il PD lo fa, e lo continua a fare. Nessuna autocritica è venuta nemmeno dal neo segretario Zingaretti. Da parte di quel partito c’è una netta rivendicazione di quella politica.

Ora, questi signori del PD possono fare ciò che vogliono. La destra è sempre esistita e probabilmente esisterà sempre, con un nome o un altro. Il problema è che il PD è riuscito, in trent’anni di martellamento ideologico, a convincere praticamente tutti che la sinistra è quella che spaccia lui. Questo ha prodotto un danno incalcolabile, perché ha distrutto il pensiero di sinistra. Oggi, a causa del mutamento ideologico e dell’adulterazione linguistica prodotti dal PD, occorre chiarire che cosa voglia dire destra e sinistra.
Occorre riprendere a formulare un pensiero di sinistra; generarne uno autonomo e libero dall’inquinamento ideologico prodotto dal PD.
Non c’è qui la volontà di stigmatizzare la presenza di un’ideologia. Il PD nega di averne, ma in realtà ce l’ha, perché è impossibile non averne una. La sua ideologia è, appunto, di destra. Occorre allora riformulare un’ideologia di sinistra.

La sinistra, quella vera, offre uno spettacolo desolante. Non è stata capace di unirsi in trent’anni di deriva a destra del PD e non lo fa nemmeno adesso, sotto un governo Ur-fascista, per usare un’espressione di Umberto Eco.
La sinistra del nostro Paese è ridotta ad una galassia di microformazioni politiche, che litigano furiosamente tra loro e a causa di ciò non offrono agli elettori un motivo valido per votarli.

Eppure, alle coscienze democratiche ed a chi crede agli ideali della sinistra ripugna abbandonare il campo alla destra, qualsiasi nome essa si voglia dare oggi in Italia.
Occorre ricostruire la sinistra.
E forse occorre ricostruirla ricominciando a pensare un pensiero di sinistra, per superare l’adulterazione delle parole operata dal PD, che ha nei fatti annullato l’esistenza del pensiero di sinistra, proclamando che quello di destra -il suo- era di sinistra.
Per farlo è indispensabile staccarsi, allontanarsi dal PD: il rumore di fondo del suo inquinamento ideologico non consente, come non ha consentito, alla sinistra di esprimere un proprio pensiero.

I diritti sono ereditari?

Diritti

 

 

Sono numerosi i casi in cui la legge italiana concede benefici o diritti a persone straniere purché residenti in Italia da un certo numero di anni. Dieci, per la cittadinanza di soggetti non appartenenti all’Unione Europea, per esempio; cinque, se si tratta di rifugiati; e così via.

È legittimo chiedersi come mai.
I diritti sono ereditari?
Se sì, perché, dopo un certo numero di anni e in possesso di determinati requisisti chi non è italiano può diventarlo? E se invece i diritti non sono ereditari, perché essi non sono estesi automaticamente a tutti coloro che vivono in Italia?

Probabilmente l’estensione di diritti a chi è considerato straniero viene subordinata al trascorrere di un certo numero di anni perché il legislatore vuole che in questi anni nello straniero intervenga un’assimilazione.
L’assimilazione, per le scienze sociologiche, è quel processo attraverso il quale un individuo o un gruppo assume come propria una cultura di riferimento che non è quella nativa, rinunciando a quest’ultima.

In altre parole: da molto tempo chi scrive le leggi in Italia prevede che gli stranieri, per conseguire un certo beneficio, debbano diventare in qualche modo italiani.
Questo concetto ha una propria storia; tuttavia è una contraddizione.

Prima della creazione degli Stati e delle nazioni, la tribù fu in occidente l’elemento che identificava un gruppo sociale: un insieme di persone legate da un vincolo di parentela e che avevano riferimenti culturali comuni.
In base a tutto ciò gli appartenenti alla tribù riconoscevano se stessi come differenti dagli appartenenti ad altre tribù.
Con la nascita dell’idea di Stato, poi, si iniziò a fare la differenza tra chi è cittadino e chi no; già nelle antiche città-stato greche la polis concedeva diritti diversi tra chi apparteneva ad essa e chi no, e questo diritto era stabilito per nascita.
Anche oggi, in Italia, chi nasce da almeno un genitore italiano ha automaticamente la cittadinanza italiana: è il famoso “ius sanguinis”, che concede diritti per successione ereditaria, come si trattasse di un diritto dinastico.

Il periodo “di latenza” durante il quale ci si aspetta una qualche assimilazione rappresenta dunque una mediazione rispetto ad una supposta purezza ereditaria.
Ora, il numero di anni da far passare affinché un individuo possa assumere gli elementi culturali desiderati è assolutamente arbitrario, perché legato a motivazioni differenti tra persone e per circostanze; inoltre, non è affatto necessaria l’assimilazione per la concessione dei diritti. Ma soprattutto non esiste alcuna purezza ereditaria.

Infatti, come insegna il professor Guido Barbujani, insigne genetista ed ottimo divulgatore, ciascuno di noi condivide la stragrande maggioranza del proprio patrimonio genetico anche con persone nate lontanissimo da noi; di contro, una piccolissima parte del nostro DNA è estremamente dissimile da quella di chi è nato vicino a noi.
Insomma, non esiste alcuna base genetica per suddividere la specie umana in razze e ormai anche il concetto di etnia è entrato in crisi presso la comunità scientifica.
Questa presunta ereditarietà dei diritti, anche se ha una propria storia, è altrettanto arbitraria quanto l’idea che dopo dieci anni -o nove, o undici- si possa conseguire un diritto.

Si può dire che mantenere riservati i diritti a chi “è del posto” rappresenta un elemento legato ad una mentalità tribale, che precede la nascita di idea di cittadinanza.
Una tribù infatti si percepisce come erede di un unico progenitore ancestrale e costruisce la propria appartenenza al gruppo culturale con il racconto mitico delle proprie origini.
Ed anche in Italia è stato costruito un racconto mitico che permette di distinguere “gli italiani” da quelli che non lo sono. Questo permette a molti di affermare che alcuni diritti devono essere garantiti prima o esclusivamente agli italiani.
In un mondo globalizzato, in cui le persone e le idee si muovono molto ed in continuazione, l’idea tribale non regge più. A questo reagisce in modo viscerale chi invece afferma con forza le identità nazionali.

Ma il pensiero nazional-tribale è insostenibile logicamente: i cittadini italiani non hanno un unico antenato comune e chi abita la penisola è originato da un miscuglio di provenienze diverse. O forse gli italiani hanno lo stesso antenato comune dei migranti africani e mediorientali che respingono. E comunque: a quante generazioni dobbiamo risalire indietro nel tempo per trovare un antenato comune? Cinque? Dieci? E chi stabilisce questo limite che, secondo una mentalità tribale, darebbe il diritto ad avere diritti? E come viene stabilito il limite? Si tratta di scelte prive di fondamento logico, dettate in realtà dalla convenienza politica ed economica.

Non ammettere oggi l’insostenibilità del pensiero tribale è fuori dalla Storia e da tutte le scienze che descrivono e studiano l’uomo.

Il mondo è cambiato; l’umanità è arrivata a formulare la Dichiarazione Universale dei diritti umani, e questi non possono essere disgiunti dai diritti di cittadinanza.

A che cosa serve la meritocrazia

Bastone e carota

La meritocrazia serve per far funzionare bene un’organizzazione?
A questa domanda quasi tutti rispondono di sì. Non c’è nessuno, ormai, che sia così temerario da contrastare il credo unanime della meritocrazia.
Meritocrazia di qua, meritocrazia di là; se le cose vanno male è perché c’è poca meritocrazia, la meritocrazia salverà il mondo.
Ma è davvero così?
A ben vedere, la meritocrazia presenta tre grandissime contraddizioni che dovrebbero sconsigliarla.

Essa corrisponde al principio per cui vai avanti, fai strada e carriera se “meriti” di andare avanti e far carriera. Nell’universo meritocratico, quindi, avremo ai posti di comando le persone che “meritano” di avere il potere di decidere: questa è la meritocrazia.
Ora, “meritare” vuol dire ricevere un trattamento in cambio di un comportamento.
Per scendere un po’ nel banale: se un bambino si comporterà bene, “meriterà” un premio; se invece si comporterà male, “meriterà” una punizione.
Così nelle organizzazioni, pubbliche o private, che adottano la meritocrazia come principio guida, i dipendenti che si “comporteranno bene” avranno benefici e compensi che altri non avranno. L’esclusione da essi rappresenta la punizione che viene meritata per non essersi comportati bene.
Dalla definizione di questo meccanismo discendono due considerazioni solo apparentemente slegate: a) occorre determinare che cosa sia “comportarsi bene” e b) non tutti potranno ottenere i benefici destinati a chi si comporta bene, altrimenti il sistema non potrebbe funzionare.
Ora, è evidente che spetterà a chi si trova ai vertici dell’organizzazione meritocratica determinare che cosa voglia dire “comportarsi bene”, ossia definire gli standard o gli obiettivi necessari a ricevere i benefici. Tutto fa pensare che il capo vorrà che i comportamenti “meritevoli” siano quelli che egli desidera e che questi saranno quelli simili a quelli che egli adotta per sé; diversamente, avremo il caso, universalmente deprecato, di chi dice “fate quello che dico io, ma non fate quello che faccio io”. Solo un capo particolarmente stupido potrebbe ignorare il valore dell’esempio.

E, mentre il capo studierà la definizione dei comportamenti attesi, sa che il meccanismo non funzionerebbe se tutti i dipendenti li adottassero.
Questa è dunque la prima grande contraddizione della meritocrazia: promuovere la modificazione dei comportamenti verso una direzione desiderata ma stabilire fin dall’inizio che non tutti i dipendenti verranno premiati, come se non si volesse che tutti adottassero i comportamenti attesi -e questa è un’assurdità- o che una parte dei dipendenti, anche se li adotterà, verrà esclusa dai benefici in ogni caso.
E questa è un’ingiustizia.
Ma essa serve all’organizzazione che la adotta?
Sembrerebbe proprio di no.

Le evidenze scientifiche dimostrano la seconda grande contraddizione della meritocrazia: un premio non modifica i comportamenti se non in maniera provvisoria e strumentale, opportunistica. Il premio costituisce quella che le scienze psicologiche definiscono “motivazione estrinseca”, cioè la motivazione che viene incoraggiata da un fattore esterno alla persona. Non è una “motivazione intrinseca”, cioè qualcosa che sorge dall’interno della persona. I comportamenti che derivano dalla motivazione estrinseca declinano nel tempo e cessano del tutto se il beneficio viene meno; chi riceve il premio agisce nella direzione desiderata dal capo solo per ricevere il premio e non per altri motivi endogeni.
È questo ciò che il capo vuole ottenere?
All’organizzazione serverebbe, piuttosto, che in essa operino soggetti che “ci credono”. La meritocrazia non genera questo “crederci”.

Infine, la terza grande contraddizione: la meritocrazia riproduce l’immagine del capo. Ammesso -e la cosa raramente accade- che il capo sia una persona intelligente, equa, capace di dirigere, la meritocrazia non farà altro che costruire attorno a lui una schiera di yes-men. Il capo non potrà permettere che gli si dica di no, altrimenti la sua organizzazione non funzionerà; quindi conformerà, con il meccanismo meritocratico, tutti i comportamenti ai propri desiderata, con buona pace della creatività e del pensiero critico, che sono alla base del problem solving, dotazioni che invece gioverebbero all’organizzazione.
Se invece il capo, come accade spesso, è persona non particolarmente dotata di intelligenza, equità e capacità di dirigere (la mancanza di una sola di queste qualità è dannosa), determinerà attorno a sé una corte di individui tristemente simili a lui. E anche questo, per usare un eufemismo, non giova affatto all’organizzazione che egli dirige.

Insomma, da qualsiasi parte la si prenda, la meritocrazia appare portatrice di un segno negativo. Di per sé ingiusta, assurda e inefficace, non fa progredire né i singoli, né l’organizzazione che la adotta.

Il rimpianto di un passato inesistente

Età dell'oro

Certamente molti avranno notato che taluni ristoranti arredi e suppellettili, quando non l’insegna, la struttura architettonica o il decoro delle pareti, richiamano in maniera indubbiamente chiara il passato e la povertà.
Sedie scompagnate, stoviglie raccogliticce, attrezzi agricoli del secolo scorso fanno mostra di sé in numerosi locali.
Come mai? Da dove viene questa moda?

La tendenza richiama in qualche modo l’esistenza di un tempo mitico, in cui tutto andava bene, in cui esistevano i valori che oggi verrebbero rinnegati; un tempo di un mondo più piccolo e semplice, in cui si stava meglio quando si stava peggio.

L’esistenza di una età dell’oro è una credenza che esisteva già nell’antichità: il poeta greco Esiodo ne scrisse nell’VIII secolo, raccontando di un’era in cui gli uomini vivevano felici e liberi dal lavoro, dalla malattia e da ogni male. Il racconto del tempo mitico fu poi ripreso da tutta la letteratura successiva, trasfigurandosi, di volta in volta, in quello che più si adattava ai tempi, nella satira latina o nella poesia di Dante.

Insomma, il richiamo ai bei tempi andati non è cosa nuova, ma ricorrente; esso racconta, più che di un passato -inesistente-, del malessere del presente, della scarsa fiducia nelle possibilità del futuro.
Il mito dell’età dell’oro, infatti, non è sempre stato popolare; ha avuto il suo appeal, ed il suo uso, soprattutto quando si voleva contrapporre il presente al passato: mentre il primo era presentato con un segno negativo, il secondo doveva apparire come qualcosa verso cui tornare.

Oggi chi in realtà non conosce come davvero si viveva nel passato, lo rimpiange per rinnegare il presente e per ritornare ai bei tempi, nonostante essi non siano mai esistiti.
Non importa che nel passato la durata della vita fosse significativamente più breve, che i bambini fossero costretti a lavorare, che la miseria e l’analfabetismo fossero mali estesi e assoluti, che l’ingiustizia fosse predominante: il tempo mitico del passato viene presentato come il momento fondativo dei valori, presentati come assoluti, ed originario dell’identità di un popolo monolitico.
Esiste, nella definizione dei valori, un legame inscindibile tra il racconto dell’età aurea e l’identità mitica di un popolo: in quel tempo mitico fu annunziata una Verità fondamentale, unica ed immutabile -come dice Umberto Eco- e la saggezza dell’oggi consiste nel seguire quella Verità originaria.
La ricetta dunque è questa: la salvezza è nel ritorno al passato.

Chi è portatore di quest’ideologia, che di per sé nega la validità del progresso, compie un’operazione di falsificazione storica, consapevole o inconsapevole. La stragrande maggioranza dei valori a cui ispirare una “vita buona” è un corpo mutevole: basti pensare, solo per fare un esempio, alla modificazione che nel tempo hanno avuto l’idea di sessualità ed i modi “appropriati” per poterla vivere.
Anche l’idea di popolo come entità unica e corrispondente alla Verità originaria è un assurdo storico: il popolo italiano, ad esempio, non è sempre esistito, per una buona parte di tratta di un recente costrutto culturale-politico e probabilmente, nella dimensione storica di lungo periodo, potrebbe scomparire, come sono scomparse identità di popolo del passato.

Pochi, entrando in un ristorante arredato con lo stile della cosiddetta “arte povera”, si rendono conto di tutto questo. Eppure, quest’idea è pervasiva ed è entrata nello scenario comune.
Ne sono il segno la sfiducia nella scienza, contrapposta al buon senso comune ed al sapere popolare, il richiamo all’identità di popolo, inteso come corpo unico indifferenziato la cui natura è di provenienza ereditaria, il rifiuto delle novità e delle migrazioni.
Chi rappresenta questo contesto di valori e di riferimenti, costruendolo come una scenografia, lo usa per il proprio tornaconto. Accade nella politica, ma anche nel mondo della pubblicità. Far sentire un seguace o un cliente confortato vuol dire attirarlo verso di sé.
Insomma, lo si fa per guadagnare qualcosa: è marketing.

Chi usa questa narrazione ha il diritto di farlo.
Ma chi è destinatario di questa narrazione ha il diritto di conoscere da quale ideologia provenga quel racconto.

La tolleranza, Voltaire e Popper

Voltaire e Popper

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a farlo.”
Quante volte abbiamo udito o letto quest’aforisma, attribuito a Voltaire?
Ecco, chiariamo innanzitutto un equivoco: Voltaire non ha mai detto o scritto questa frase. Essa è tratta, come si legge sul sito di debunking Butac.it, dal romanzo “Gli amici di Voltaire” della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall, pubblicato nel 1906.
Si può tuttavia dire che il pensiero di Voltaire non era molto distante dal senso della frase della scrittrice.

Molti continuano a citare, dunque a sproposito, Voltaire quando, in nome della democrazia e della libertà di pensiero, difendono il diritto degli intolleranti ad esprimere il loro pensiero.
Ci sarebbe anche da fare una distinzione tra libertà e democrazia, che non sono la stessa cosa, come insegna il professor Alessandro Barbero, ordinario di storia medievale presso l’Università del Piemonte Orientale; tralasciando tuttavia quest’aspetto, chi cita lo pseudo Voltaire non tiene conto di un paradosso messo in evidenza dal filosofo Karl Popper.

Popper afferma che, se si lascia a chi è intollerante la possibilità di esserlo, questi farà in modo che la propria opinione sia l’unica. Dunque l’unico modo per difendere una società aperta è essere intolleranti nei confronti degli intolleranti.
Appare un paradosso, ma in realtà non lo è.

Sembra facile comprenderlo trasportando il ragionamento sul piano della difesa delle libertà: se lasciamo che i nemici delle libertà prendano il sopravvento, non vi sarà più libertà per alcuno.
Ergo, a chi nega i diritti dell’individuo -ed in genere li nega agli altri- non deve essere dato il diritto di farlo.
Sarebbe invece paradossale permettere, in nome della libertà, che questa sia negata.

Insomma, Voltaire, protagonista dell’Illuminismo ed egli stesso perseguitato dalla monarchia assoluta, aveva mille buoni motivi per pensarla come la pensava e la sua opera resta certamente cruciale nella storia del pensiero occidentale
Ma due secoli dopo l’assolutismo del ‘700 l’umanità ha conosciuto il totalitarismo del ‘900 e non si può non tenerne conto.
Chi cita Voltaire per concedere agli intolleranti attuali il diritto a prendere la parola vuole rifarsi all’Illuminismo, forse, ma senza considerare che il pensiero sulla tolleranza è progredito almeno fino a Popper. Insomma, non conosce né la Storia né la Filosofia. O non vuole tenerne conto.

Una cosa dovrebbe essere chiara: negare il diritto di parola a chi lo nega protegge la libertà ed i diritti di tutti.
Può apparire paradossale, ma la Storia insegna che è proprio così.

Per Senago, niente metrotranvia

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Il Governo ha messo a disposizione 68 milioni per la metrotranvia Milano-Limbiate, ma Senago è contraria alla linea e probabilmente ne verrà esclusa.

Il vecchio “trenino” andrà in pensione e sarebbe dovuto essere dismesso già da tempo; esiste già un progetto per la costruzione di una moderna metrotranvia; per finanziarlo occorre che ogni Comune interessato dai lavori impegni una somma da affiancare allo stanziamento già sbloccato dal Governo.

A Senago l’Amministrazione non vuole sborsare la somma assegnata (1,1 milioni di euro in tre anni), perchè, secondo la sindaca Magda Beretta, si tratta di uno spreco di soldi. Al contrario dei sindaci dei Comuni viciniori, che hanno sottoscritto l’accordo, l’Amministrazione senaghese “crede soltanto nel prolungamento della metropolitana fino a Paderno” e invece la metrotranvia “andava bene cinquant’anni fa”.

Anche la precedente Giunta Fois aveva rifiutato di impegnarsi per la metrotranvia, ma forse la questione di fondo appare legata al fatto che il Comune di Varedo è stato dispensato dal versare la propria quota. Forse, come in una partita a poker, l’Amministrazione di Senago punta ad ottenere lo stesso trattamento? La sindaca Beretta non ha fatto mistero del fatto che sarebbe favorevole al progetto se non fosse costretta a versare la quota assegnata alla sua Amministrazione. Insomma, crederebbe alla metrotranvia se fosse gratis. Un grande pensiero urbanistico.

Il progetto del prolungamento di M3 fino a Paderno è lontano. Dalla Regione è stato appena finanziato uno studio di fattibilità e, qualora lo studio desse luce verde, non appare azzardato pronosticare che, prima dell’apertura dell’ipotetico prolungamento, passeranno almeno vent’anni. La metrotranvia invece sembra già una realtà ed i cantieri potrebbero essere aperti a breve; Senago, vista la posizione di chiusura della sua Amministrazione, potrebbe esserne esclusa, cioè potrebbe non essere prevista alcuna fermata a servire i senaghesi, a quel punto anche senza il vetusto “trenino”.

Risparmiare va bene, ma investire sul futuro è meglio. Senago è storicamente esclusa dai principali collegamenti dell’hinterland nordmilanese e sta per perdere l’occasione per sanare questo problema. Non “credere” alla metrotranvia, spacciandola per un mezzo di trasporto obsoleto, appare poco realistico. Oltretutto, il prolungamento a Paderno di M3, oltre che incerto, non concederà certo una fermata a Senago.

L’Amministrazione Beretta dovrebbe guardare al futuro e pensare ai cittadini senaghesi, che rischiano di essere penalizzati da una strategia miope. I soldi si possono trovare e giocare con il futuro dei pendolari per ottenere un risparmio non appare rispettoso della cittadinanza.