Per Senago, niente metrotranvia

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Il Governo ha messo a disposizione 68 milioni per la metrotranvia Milano-Limbiate, ma Senago è contraria alla linea e probabilmente ne verrà esclusa.

Il vecchio “trenino” andrà in pensione e sarebbe dovuto essere dismesso già da tempo; esiste già un progetto per la costruzione di una moderna metrotranvia; per finanziarlo occorre che ogni Comune interessato dai lavori impegni una somma da affiancare allo stanziamento già sbloccato dal Governo.

A Senago l’Amministrazione non vuole sborsare la somma assegnata (1,1 milioni di euro in tre anni), perchè, secondo la sindaca Magda Beretta, si tratta di uno spreco di soldi. Al contrario dei sindaci dei Comuni viciniori, che hanno sottoscritto l’accordo, l’Amministrazione senaghese “crede soltanto nel prolungamento della metropolitana fino a Paderno” e invece la metrotranvia “andava bene cinquant’anni fa”.

Anche la precedente Giunta Fois aveva rifiutato di impegnarsi per la metrotranvia, ma forse la questione di fondo appare legata al fatto che il Comune di Varedo è stato dispensato dal versare la propria quota. Forse, come in una partita a poker, l’Amministrazione di Senago punta ad ottenere lo stesso trattamento? La sindaca Beretta non ha fatto mistero del fatto che sarebbe favorevole al progetto se non fosse costretta a versare la quota assegnata alla sua Amministrazione. Insomma, crederebbe alla metrotranvia se fosse gratis. Un grande pensiero urbanistico.

Il progetto del prolungamento di M3 fino a Paderno è lontano. Dalla Regione è stato appena finanziato uno studio di fattibilità e, qualora lo studio desse luce verde, non appare azzardato pronosticare che, prima dell’apertura dell’ipotetico prolungamento, passeranno almeno vent’anni. La metrotranvia invece sembra già una realtà ed i cantieri potrebbero essere aperti a breve; Senago, vista la posizione di chiusura della sua Amministrazione, potrebbe esserne esclusa, cioè potrebbe non essere prevista alcuna fermata a servire i senaghesi, a quel punto anche senza il vetusto “trenino”.

Risparmiare va bene, ma investire sul futuro è meglio. Senago è storicamente esclusa dai principali collegamenti dell’hinterland nordmilanese e sta per perdere l’occasione per sanare questo problema. Non “credere” alla metrotranvia, spacciandola per un mezzo di trasporto obsoleto, appare poco realistico. Oltretutto, il prolungamento a Paderno di M3, oltre che incerto, non concederà certo una fermata a Senago.

L’Amministrazione Beretta dovrebbe guardare al futuro e pensare ai cittadini senaghesi, che rischiano di essere penalizzati da una strategia miope. I soldi si possono trovare e giocare con il futuro dei pendolari per ottenere un risparmio non appare rispettoso della cittadinanza.

 

 

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L’esercito a Senago non serve

Parco Groane

La sindaca di Senago, Magda Beretta, ha proposto di utilizzare l’esercito per presidiare il Parco delle Groane, luogo dove avvengono le compravendite di stupefacenti.

L’Amministrazione Beretta vede nella sicurezza un problema principale della città e nella risposta repressiva la chiave per affrontarla.

Oltre alla proposta di militarizzare il parco, lo prova anche il varo dell’inutile iniziativa del “Controllo di Vicinato”, che allarma la popolazione per proporre ai cittadini quello che potrebbero fare anche senza spese per cartelli, corsi, convenzioni: tenere gli occhi aperti e informare i Carabinieri.

L’idea di affidare ai militari il controllo del Parco appare altrettanto inutile. Innanzitutto, i militari non hanno una preparazione specifica per le operazioni di polizia; in secondo luogo, se il problema è il consumo delle sostanze proibite, la sindaca dovrebbe sapere che la risposta repressiva non ha mai dato alcun frutto significativo.

Per scoraggiare la compravendita di sostanze psicotrope nel Parco occorrerebbe un massiccio, e continuo, rastrellamento dell’area, con risultati comunque di dubbia efficacia.

Ma, anche ammettendo che si riuscisse ad avere successo, l’effetto che si otterrebbe sarebbe lo spostamento dello spaccio in un’altra area. Vogliamo davvero tutelare la salute dei senaghesi oppure quello che vogliamo è solo far viaggiare altrove quelli di essi che cercano sostanze proibite?

Le scienze sociali consigliano di puntare sulla risposta educativa.

L’Amministrazione potrebbe farsi partner dell’AST per interventi nelle scuole, per esempio. Potrebbe organizzare azioni culturali in collaborazione con la Biblioteca.

Occorre educare i giovani; e l’esercito non serve a questo.

Il concorso per insegnanti garantisce la qualità della scuola?

Corsa ostacoli

Il 13 luglio un gruppo di studenti di Scienze della Formazione Primaria del nuovo ordinamento universitario ha tenuto un presidio davanti alla sede RAI di viale Sempione, a Milano. Lo scopo della manifestazione era dare visibilità alla loro protesta contro l’intenzione che il MIUR ha manifestato: applicare una sanatoria che equiparerebbe, nell’assegnazione delle cattedre, i diplomati magistrali ai laureati in Scienze della Formazione. Gli studenti hanno affermato che sono i concorsi selettivi a garantire maestre preparate, non la sanatoria.

Ma le cose stanno davvero così?

La sanatoria sarà determinata da un Decreto che inserirà nella stessa graduatoria delle laureate 43.534 maestre diplomate su quasi 50 mila che il 20 dicembre 2017 furono tolte dal ruolo e dalle graduatorie pre-ruolo a causa di una sentenza del Consiglio di Stato, il quale ha stabilito che queste maestre non potevano evitare un concorso pubblico per entrare in classe. Le diplomate, però, erano entrate in classe grazie a ricorsi vinti davanti al TAR e grazie a sette precedenti sentenze, sempre del Consiglio di Stato.

Il nuovo Governo, con il Decreto che il ministro Bussetti sta scrivendo, dovrebbe spostare le diplomate dalle graduatorie ad esaurimento (GAE, dove “coesistono” con le precarie storiche) alle graduatorie di concorso, dove verrebbero collocate subito dopo i vincitori effettivi dell’ultimo concorso già svolto, in attesa che si liberi un posto.

Ma nella stessa graduatoria di concorso finirebbero anche i laureati di Scienze della Formazione Primaria del nuovo ordinamento universitario: questa è la sanatoria a cui gli studenti di queste Facoltà si oppongono.

Si tratta di un enorme pasticcio causato da tutti i Governi che hanno preceduto questo in carica. Da troppi anni, infatti, il MIUR alimenta e utilizza il precariato per coprire il fabbisogno di insegnanti allo scopo di non pagare le ferie: un precario, infatti, viene assunto a settembre (se va bene) e licenziato a giugno. Così, i posti di insegnamento vengono assegnati seguendo due canali: le GAE ed i bandi di concorso. Non ci sono segni che fanno pensare che l’attuale Governo voglia superare questa situazione, che vede contrapposti precari storici, laureati o laureandi, diplomati, tutti in competizione per l’assunzione.

Colpisce un argomento usato dagli studenti di Scienze della Formazione Primaria per suffragare l’inopportunità della sanatoria: secondo loro, la qualità dell’insegnamento non può prescindere da una selezione concorsuale e dal “merito”.

È proprio così vero?

In realtà, il concorso è certamente un criterio plausibile per l’assunzione, ma la qualità dell’insegnamento non dipende dal superamento di un concorso. Infatti la valutazione degli esiti concorsuali è soggetta esattamente agli stessi problemi della valutazione scolastica, che risente di una inevitabile soggettività di chi valuta, oppure, quando la si vuole evitare, del nozionismo intrinseco dei meccanismi a quiz. Quindi, un po’ semplificando, non c’è alcuna garanzia che la selezione concorsuale faccia emergere il buon insegnante e scacci quello cattivo.

Anche il concetto di “merito”, utilizzato dagli avversari della sanatoria, deve stimolare la riflessione. Il “merito” non è preparazione disciplinare, non è il risultato di una formazione, non indica la capacità di insegnare o le competenze che ne stanno alla base. Se per i laureati ed i laureandi indica la media dei voti ottenuti, forse sarebbe più chiaro indicarlo: eppure, anche la media dei voti ottenuti potrebbe risentire degli stessi problemi che la valutazione scolastica, e quella concorsuale, presentano.

“Merito” indica in realtà l’adesione di una prestazione ad un modello stabilito da un’istanza sovraordinata. Non c’è, nel concetto di “merito”, la considerazione del talento, della competenza, o della capacità: in parole più semplici, una persona è “meritevole” se quello che fa corrisponde alle aspettative di chi gli è superiore. Questo concetto dovrebbe essere del tutto estraneo alle Scienze della Formazione, che infatti parlano di valutazione formativa e sommativa; insomma il “merito” è un concetto più politico che formativo e chi insegna dovrebbe usare, nella propria attività di valutazione, principi didattici ed educativi. Non altri.

Un insegnante che valuta, certo, si aspetta un risultato da parte dell’alunno, ma non dovrebbe aspettarsi che l’alunno rispecchi le aspettative docenti: piuttosto, dovrebbe preoccuparsi di quanto il discente sviluppi, maturi, costruisca il proprio sapere, le proprie competenze, basandosi sui propri talenti, i propri interessi, le proprie attitudini. Come si comprende, questo modo di vedere il compito docente è molto distante da quello di “merito”, che sottintende una scuola trasmissiva, un appiattimento della crescita culturale sulle aspettative docenti. Occorre far notare che l’ideologia meritocratica è penetrata nella scuola, è stata istituzionalizzata dalla riforma renziana (Legge 107 “Buona Scuola”) e tende a fare del docente una replica ideale del modo in cui il dirigente concepisce il compito di insegnare. Abbiamo così una catena trasmissiva che, oltre a ledere i principi costituzionali dell’insegnamento, contravviene a quelli pedagogici delle Scienze della Formazione.

Il bene superiore rappresentato dal compito della scuola, cioè la crescita, la formazione e l’istruzione degli alunni, dovrebbe allora porre a tutti la domanda: come garantire la qualità dell’insegnamento? Come fare una scuola di qualità?

Gli insegnanti bravi e quelli meno bravi esistono ed esisteranno, non si può evitare di riconoscerlo. E probabilmente esistono anche tra laureati. Eppure, in modo legittimo, ogni genitore vorrebbe per suo figlio, per sua figlia, il miglior insegnante possibile.

Non c’è soluzione, dunque?

Ricette non ce ne sono, ma soluzioni dalle quali ci si può aspettare successo ce ne sono, eccome.

Innanzitutto, una solida formazione iniziale di chi deve insegnare o vuole farlo. Ma non basta.

Poi, occorre che chi insegna, per quanto preparato, non affronti il proprio compito in isolamento. Nel metodo di insegnamento come nell’atto della valutazione, pensare il compito docente in gruppo è sempre meglio che pensarlo come un atto solitario o autocratico.

Ancora: di fronte alla crisi -anche di credibilità ed autorevolezza- che la scuola presenta, si può provare ad osservare il modo in cui funzionano le esperienze educative extrascolastiche di qualità. Si tratta di collettivi che si organizzano, nei casi migliori, con una supervisione pedagogica. Perché non adoperarla a scuola?

Una formazione sempre in itinere è un’altra chance importante di crescita; ma non può essere concepita come una tendenza individuale del singolo (cosa che accade adesso). Se si agisse in gruppo, dovrebbe essere il gruppo a scegliere e sperimentare indirizzi formativi.

Ora, è evidente che la scuola italiana è andata verso un’altra direzione: la competizione, l’individualismo, l’idea del professionista autonomo ed isolato, l’imprenditorialità del singolo e dell’organizzazione.

Ecco, è proprio questo ciò che ha fatto male alla scuola ed ha snaturato il suo compito; l’apice di questa narrazione è nella cosiddetta “Buona Scuola” di Renzi, tutta fondata sull’ideologia mercatista di un docente professionista che si autopromuove, viene premiato in modo meritocratico, si forma per conto proprio.

Per superare questo stato di cose e dare agli alunni la scuola di cui hanno il diritto è controproducente appellarsi proprio ai concetti che ne hanno distrutto immagine e funzione.

Serve investire sulla scuola: nessuna delle soluzioni possibili è disponibile a costo zero.

Eppure, non si intravedono queste prospettive, con il nuovo Governo, che non investirà nuovi fondi a favore del sistema formativo, non restituirà i fondi sottratti alla scuola da tutti i Governi che da vent’anni a questa parte lo hanno preceduto, e soprattutto, come ha avuto modo di dire il nuovo ministro Bussetti, non cancellerà affatto la Legge 107, ossia la sedicente “Buona Scuola” renziana.

L’allarme di Benedetto Vertecchi: che cosa si fa per evitare la de-alfabetizzazione?

Benedetto Vertecchi

Il pedagogista Benedetto Vertecchi, in un’intervista rilasciata a Radio Popolare, ha commentato le Linee Guida del ministero di Marco Bussetti. Vertecchi ha dichiarato che non è riuscito a comprendere, dalle dichiarazioni del ministro, quali siano i riferimenti educativi e culturali di chi presiede il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

Qual è il profilo culturale che il ministro si propone di incoraggiare nel percorso di crescita di bambini e ragazzi? Questo, secondo Benedetto Vertecchi, dalle Linee Guida non traspare.

Secondo lo studioso, la prima e più urgente esigenza della scuola, nella prospettiva di limitare l’esclusione sociale, è l’adozione di misure volte ad accrescere la padronanza linguistica dei bambini, fin dai primissimi anni di vita.

Vertecchi denuncia con preoccupazione la condizione passiva della comunicazione: i bambini hanno sempre meno parole, osserva il pedagogista. Le parole sono sostituite con emoticon, nella cultura digitale ed i bambini sono sempre meno capaci di descrivere ciò che vivono; questo, secondo Benedetto Vertecchi, diventerà un dramma di cui tutti ci accorgeremo molto presto.

Il vero, grande problema della scuola, afferma Benedetto Vertecchi, è la de-verbalizzazione della scuola, che si traduce in una de-alfabetizzazione.

L’allarme dello studioso è questo: stiamo andando verso questa deriva. Anche il ministro dovrebbe occuparsene: noi vogliamo una scuola de-verbalizzata e de-alfabetizzata?

Le linee guida di Bussetti: ma dov’è il cambiamento?

 

Marco Bussetti

l’11 luglio il ministro di Istruzione, Università e Ricerca Marco Bussetti ha presentato al Senato le Linee Guida del proprio Ministero.
Secondo le notizie dei mezzi di informazione, Bussetti ha affermato che la legge 107 (cosiddetta “Buona Scuola”) non va abrogata, ma modificata, perché la scuola non può sopportare continue riforme.
Il ministro ha rivendicato, nelle sue dichiarazioni, l’alternanza scuola-lavoro (un “pezzo” importante della L. 107) ed ha affermato la volontà di rivedere il sistema di reclutamento e di trasferimento degli insegnanti. Ma non ha specificato come.

Bussetti ha sostenuto la necessità di un piano pluriennale di adeguamento del patrimonio edilizio, sostenuto anche da finanziamenti europei; ma nel frattempo sono scomparsi i fondi che il governo Renzi aveva destinato per questo scopo.

Bussetti ha inoltre promesso un concorso nazionale per dirigenti scolastici, il che era urgente, dato il grave ammanco di dirigenti.
Secondo il sito Orizzonte Scuola e secondo Francesco Sinopoli, segretario FLC-Cgil, intervistato da Radio Popolare, Bussetti non ha fatto menzione del modo di finanziare un settore a cui furono sottratti dieci miliardi di euro dal ministro Gelmini, fondi mai più recuperati da alcuno dei diversi ministri succedutisi in viale Trastevere. Mancano anche, secondo Sinopoli, elementi per comprendere se e come il MIUR farà fronte al vecchio problema del precariato: ogni anno la scuola ha bisogno di un numero di insegnanti più alto di quello in organico. Esiste sempre un problema di ammanco di insegnanti, e ogni anno scolastico il problema si rinnova. Infatti lo Stato si rifiuta di assumere gli insegnanti di cui ha bisogno per risparmiare di pagare i mesi di ferie: per questo ricorre sempre ai supplenti, che vengono assunti e licenziati continuamente, con la conseguente girandola di insegnanti. Questo non è stato considerato da Bussetti.

Come è noto il ministro ha promesso l’abrogazione della malfunzionante “chiamata diretta” degli insegnanti, prevista dalla Legge 107; ma non sono stati abrogati gli “ambiti territoriali” istituiti dalla stessa legge, in virtù dei quali i docenti trasferiti o assunti non hanno la titolarità sull’Istituto di destinazione, ma su di un’area geografica vasta, detta “ambito territoriale”. Anche questo ha una ricaduta negativa sulla continuità didattica, ma si tratta di un elemento di cui Bussetti non prevede l’abrogazione. Inoltre Bussetti non ha considerato l’ammanco del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario.

Insomma, da quello che si apprende, analizzando le Linee Guida di Bussetti, non si avverte alcuna visione strategica. Davvero poco per chi afferma di far parte del “governo del cambiamento”. I danni peggiori della Legge 107 rimangono e rimarranno.
Nelle discussioni che si svolgono all’interno dei social media i sostenitori di questo governo chiedono di lasciarlo lavorare. Ma l’anno scolastico 2018-2019 è alle porte, e se questi sono i progetti, lasciar lavorare Bussetti vuol dire rassegnarsi: non ci sarà alcun vero cambiamento.

 

 

MANTICA E LATTUADA SONO LE RADICI DI SENAGO, NON DI “SENAGH”

Mantica e Lattuada

Sembra che la sindaca di Senago, Magda Beretta, diserterà le celebrazioni cittadine del 25 aprile 2018. Ad esse sarà presente il vicesindaco Giuseppe Sofo.

Sarebbe la prima assenza di un sindaco, dopo molti anni di celebrazioni della Festa della Liberazione.

La cosa non può stupire, visto che la Lega, partito a cui aderisce la sindaca, è organicamente alleata di formazioni politiche fasciste.

Per tutti costoro, evidentemente, la Liberazione dal nazifascismo non è cosa da festeggiare.

La sintonia tra la Lega ed i disvalori del nazifascismo è sotto gli occhi di tutti.

Stupisce invece come, nell’immaginazione della sindaca, tra le radici di Senago compaia il dialetto, tanto che Magda Beretta ha riesumato i vecchi cartelli stradali con il nome dialettale della città, ma non ci siano Luigi Mantica ed Emilio Lattuada.

Mantica e Lattuada morirono per la libertà di cui può godere anche la sindaca. Il primo, ucciso, dopo le torture, dalle brigate nere; il secondo, nei campi di concentramento nazisti.

Erano senaghesi, senaghesi importanti per tutti coloro che amano la libertà, da considerare oggi il passato fondativo della Senago democratica.

La sindaca li trascura. Per lei, le radici stanno nel dialetto dei cartelli stradali che ella ha voluto nuovamente esporre agli ingressi della città. Quei cartelli raccontano che Senago ha un’identità etnica, non è la città di tutti; lo è per davvero solo di quelli che parlano il dialetto degli avi.

Eppure, tra questi avi ci sono Luigi Mantica ed Emilio Lattuada.

Che certamente, per il loro amore per la libertà, non avrebbero mai gradito un’idea del genere.

Loro erano antifascisti.

Sono loro, le vere radici di Senago.

RIPRENDIAMO IL DISCORSO

Dialogo

Lettera aperta al mondo cattolico

e dell’associazionismo di Senago

 

Nei mesi scorsi la Comunità Pastorale San Paolo Apostolo avviò a Senago una riflessione collettiva sul tema dell’accoglienza. La discussione diede origine ad un documento (Proposta progetto accoglienza) che espresse intenti e proposte meritevoli di attenzione.

A contrasto di una possibile accoglienza dei migranti, la politica nazionale e quella locale danno oggi espressione e corpo a sentimenti di odio razziale e di discriminazione verso gli ultimi, facendo graduatorie tra i diritti umani, che vengono proposti come applicabili o non applicabili a seconda della provenienza etnica e geografica o della fede professata. Sono così messi in discussione tutti i diritti umani, che invece sono universali per chi resta fedele alla nostra Carta Costituzionale ed a chi segue gli insegnamenti del Pontefice e del messaggio evangelico.

Le posizioni politiche responsabili della narrazione dell’odio e della paura, nel nostro Paese e nella nostra città, danno corpo alla ripulsa ed alla diffidenza per chi è diverso o in difficoltà; questo sentimento è radicato nella società ed è legato alle insicurezze originate dalla crisi economica e dalla globalizzazione; da un altro lato, è la politica a sollecitare ed alimentare i sentimenti negativi, amplificandoli e materializzandoli per trarne credito e profitto elettorale.

In questo perverso meccanismo di retroazione, che genera un indefinito avvitamento, è necessaria una narrazione alternativa, senza la quale il nostro Paese e la nostra città correrebbero grandi rischi. Come già si poteva evincere dalla lettura del documento della Comunità Pastorale San Paolo Apostolo, il fenomeno migratorio appare strutturale ed irreversibile; ed allora è oggi che si decide se avviare l’Italia e Senago verso un futuro di apartheid, ingiustizia e squilibri, oppure un futuro di rispetto, pace e convivenza.

Occorre dunque riprendere la parola ed il discorso per contrapporre una buona novella al racconto dell’odio.
A questo compito sono chiamati, oggi e non domani, gli uomini e le donne di buona volontà, accomunati dalla fiducia nella possibilità di un mondo animato da valori positivi, diversi dall’odio e dalla paura.

Il documento della Comunità Pastorale San Paolo Apostolo, in questo senso, indicava obiettivi possibili e concreti. È necessario riprenderne i temi.
Sono chiamati a quest’impegno tutti coloro che ne condividono gli intenti, che siano cattolici o non lo siano, poiché esiste un cammino comune percorribile.
In questa strada resti insieme chi è cristiano e chi non lo è, chi ha fede nel messaggio evangelico e chi è animato unicamente dalla fedeltà nella Costituzione, patto supremo che tiene insieme il Paese; resti insieme chi vede nella pace e nella speranza il futuro dell’Italia e della nostra città.

 

Il Prefetto ricorre al Tar e la Sindaca leghista ritira l’ordinanza. Una sconfitta per la Sindaca e la sua Giunta.

Prefettura

Si apprende dalle fonti di stampa che la Sindaca di Senago, Magda Beretta, ha ritirato, attorno alla metà di novembre, un’ordinanza emessa circa due mesi prima, rivolta ai privati che intendessero ospitare nei propri appartamenti dei richiedenti asilo.

Nell’ordinanza la Sindaca leghista ingiungeva a chi volesse dare in affitto un appartamento ai rifugiati di darne notizia quindici giorni prima all’Amministrazione, pena un’ammenda pecuniaria. Nella stessa ordinanza, che è un provvedimento fotocopia dei sindaci leghisti della zona, si ordina ai proprietari di immobili anche di segnalare eventuali patologie presentate dagli ospiti richiedenti asilo.

La Prefettura di Milano non è stata con le mani in mano, di fronte ad un provvedimento così palesemente illegittimo (viola numerosi articoli della Costituzione e potrebbe turbare eventuali gare d’appalto) e l’ha impugnato di fronte al Tribunale Amministrativo Regionale.

Di fronte a quest’atto, la Sindaca ha ritirato l’ordinanza.

Si tratta di una sua evidente sconfitta.

Se la Sindaca avesse avuto la certezza della legittimità del proprio provvedimento, avrebbe dovuto difenderlo ed arrivare in giudizio. Invece ha avuto paura di perdere il giudizio di fronte al giudice amministrativo e si è ritirata, lamentandosi poi vittimisticamente per “il pugno duro” della Prefettura, come se proprio quell’ordinanza non fosse stata un “pugno duro”, ma dato in faccia ai più deboli. La Sindaca e la sua Giunta, dimostrando di essere forte con i deboli e debole con i forti, hanno rimediato una pessima figura.

Intanto, chi ha a cuore la legittimità, la Costituzione ed i diritti umani non può che rallegrarsi del ritiro di un provvedimento odioso.

Resta un interrogativo: ma la Sindaca e la sua Giunta di destra erano consapevoli di quanto fosse claudicante, dal punto di vista del diritto, quel provvedimento che hanno copiato e firmato?

Se sì, allora Sindaca e Giunta sono stati temerari; se no, degli insipienti.

Ma persone insipienti o temerarie possono governare una città?

I 500 mila euro di compensazione non serviranno per salvaguardare la salute dei senaghesi

Vasche

Sono in arrivo a Senago 500 mila euro stanziati dalla regione Lombardia come “compensazione” delle vasche di laminazione, la grande opera dannosa ed inutile che Regione Lombardia e Comune di Milano hanno fortemente voluto in ampie aree verdi senaghesi.

Sembra proprio che la Sindaca leghista Magda Beretta e la sua Giunta di destra vogliano usare quei soldi per la viabilità (cioè per fare nuove strade).
Non risulta che esistano progetti di spesa per salvaguardare la salute dei cittadini, che verrà messa a rischio dal funzionamento delle vasche di laminazione.
Queste, infatti, ospiteranno le acque inquinatissime del fiume Seveso, che lasceranno sul fondo delle vasche uno strato di fanghi velenosi.
Il progetto, sostenuto e principalmente finanziato proprio dalla Lega di palazzo Lombardia e dal PD di palazzo Marino, non prevede nemmeno un centesimo per la manutenzione e non c’è nessuno studio tecnico disponibile che affronti il problema della rimozione dei veleni.

Il progetto attuale prevede l’impermeabilizzazione del fondo delle vasche mediante uno strato di argilla ed un foglio di plastica.
E’ previsto un dispositivo di interazione tra falda e vasca: l’acqua di falda, immediatamente sottostante la vasca, la dovrà riempire in parte ma in permanenza, perché si teme che la pressione della falda possa determinare conseguenze sul fondo della vasca.
A questo punto possono porsi molte domande.

La Sindaca, prima responsabile della salute dei cittadini, si sta occupando di questo problema? Perché vuole usare i soldi (regalati dai suoi sodali milanesi) per fare strade, quando è a rischio la salute di tutta la popolazione?
E’ stato richiesto lo stanziamento dei fondi necessari per la manutenzione delle vasche? Avverranno mai le relative operazioni? Quando? In quale modo?
E’ stato previsto un monitoraggio tecnico costante delle condizioni e delle funzionalità delle vasche, con attenzione al fondo ed all’interazione con la falda?
E’ stato previsto il costante monitoraggio della qualità delle acque potabili con riferimento al livello degli inquinanti del Seveso?
E’ stato previsto l’accordo con le autorità sanitarie per monitorare l’incidenza delle patologie collegabili all’inquinamento delle acque?

Probabilmente a queste domande, purtroppo, non giungerà alcuna risposta. Non dalla Sindaca né dalla Giunta, almeno.