Le ragioni dell’interculturalità

Da qualche giorno è uscito un nuovo spot dell’Unione europea (http://www.youtube.com/watch?v=EeRKCx-bYTA) : una donna vestita con una tuta gialla (evidente riferimento filmico a Kill Bill di Quentin Tarantino) affronta in tutta calma tre temibili avversari: un cultore asiatico delle arti marziali, un indiano con turbante e scimitarre e un lottatore di colore. Lasciando stare il cattivo gusto di questo tipo di pubblicità, ad uno spettatore televisivo minimamente attento salterà agli occhi il carattere razzista di tale iniziativa. Ma più del razzismo si denota una certa chiusura di fondo rispetto a quelle che sono le culture a noi vicine: l’Europa unita e formata da più membri deve essere baluardo contro la minaccia delle culture straniere. Sarebbe inutile dire che ogni chiusura a livello culturale non può che portare ad una lenta e dolorosa morte per atrofia della stessa. Forse tutti i governanti europei, che hanno la bocca piena delle parole cultura, radici, difesa peccano di una certa ignoranza e insensibilità storica. Rischio di cadere nella banalità dicendo che il Mediterraneo è la culla della nostra società perché aperto alle varie voci delle diverse società che ivi abitavano. Pecco forse di ottimismo a dire che i Greci e i Latini furono gente troppo aperta: il significato peggiorativo e spregiativo di barbaro giunge da loro. Tuttavia  voglio spezzare una lancia a favore di quel mondo e posso dire che ogni spunto utile derivante da altre culture  venne accettato, accolto e rielaborato. Un atteggiamento di contrapposizione Noi vs Altro derivante dalle sfere alte del potere è dannoso anche sul locale dove vediamo con maggior insistenza premere le istanze di persone provenienti da altre culture. Ora come ora è indispensabile dar voce a queste esigenze e creare spazi adatti al confronto e all’accoglienza. Se non si va oltre la cortina di chiusura forse si può giungere a sempre maggiori punti di tensione: la repressione della “clandestinità” (che brutto termine) porta a danni irrimediabili.

Se si vanno a curiosare  le opinioni dei nostri concittadini – Facebook ad esempio è un mezzo che permette molta discrezione – possiamo ben vedere quanto ci sia bisogno di una politica disposta  al dialogo e mostri l’utilità di una concreta valorizzazione di tutto ciò che “non è italiano”. Molto spesso tra i giovani – ahimè è una cosa tristissima – si può assistere a vere e proprie dimostrazioni di odio, quando giungono le solite e non confermate notizie di stupri e violenze da parte di romeni extracomunitari (tecnicamente un cittadino romeno non è extracomunitario!!!), si arriva addirittura a caldeggiare un ritorno di Benito. L’impegno più forte di qualsiasi antifascista sta nel respingere ogni rigurgito di fascismo proveniente dalla xenofobia e dall’odio razzista: è una necessità impellente, un dovere indispensabile! Questi temi emergono con insistenza anche nella nostra realtà senaghese, da qualche giorno la nostra città è piena di cartelli, non privi di una certa aggressività, riguardanti un fantomatico campo nomadi. La comparsa di quello stanziamento di rom in questo momento di campagna elettorale giunge come una manna, tanto meglio martellare le menti degli elettori paventando un imminente pericolo, anziché discutere con tono civile dei veri problemi del nostro territorio: pare che si voglia cambiare forzatamente discorso.

Il conflitto tra stanziato e nomade è antico quanto la civiltà stessa: le fonti mesopotamiche di duemila anni prima di Cristo ci danno un’immagine non dissimile da quella di oggi, già allora eisteva “lo stereotipo dei nomadi come incivili, aggressivi e instabili” (M. Liverani, Antico oriente). Opporsi alla parzialità violenta di un’infelice schiera di “barbari sognanti” non significa mostrare eccessiva indulgenza (anche qui non è difficile evitare delle generalizzazioni), ma utilizzare un punto di vista obiettivo, non soggettivo, riguardo un fenomeno importante quanto quello dei campi rom. Ma forse bisognerebbe dire a quelle persone, che amano farsi chiamare “barbari”, che quel nome derivante dal greco βάρβαρος (barbaros, il balbuziente), andava ad indicare in modo assolutamente spregiativo tutto ciò che fosse estraneo alla cultura ellenica. I non greci, i barbari, erano spesso trattati con assoluta ferocia, erano definiti con epiteti animali, la loro vita era considerata alla stregua di quella di una pianta! Ma queste persone si riferiscono ad un gruppo particolare di barbari: quelli che si stanziarono nei territori dell’impero romano, quando oramai era destinato alla caduta, beh anche in questo caso occorrerebbe aggiungere, che quelle popolazioni, che cercano di emulare, furono per lungo tempo nomadi. Se andassimo a leggere le fonti storiche di quel periodo vedremmo una certa parzialità dei romani civilizzati nel trattare i barbari violenti e incivili!

Anche adesso a Senago – e non solo – ci troviamo ad affrontare questo millenario problema, ma come possiamo risolverlo? Certamente non con fiaccolate, cartelli, frasi razziste, tanto meno con stanziamenti forzati e violenti, ma con un serio e partecipato confronto: solo con un dialogo è possibile la realizzazione di una società interculturale. Questo non è buonismo di sinistra, ma buon senso nel considerare le basi di una vita comunitaria e rispettosa delle leggi, non già nella violenza del respingimento, ma nella cultura dell’accoglienza. Accogliere non significa indulgere davanti a violazioni della legge, ma prevenire eventuali tensioni e conflitti tra gruppi di diversa provenienza. L’atteggiamento da evitare è quello della generalizzazione a tutti i costi: straniero, nomade = assassino, violento! E l’interculturalità è il solo atteggiamento mentale capace di una vera e stabile sicurezza…

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