Università bene comune

Da Il manifesto 27 marzo 2012:

“I beni comuni, declinati al plurale, designano quel complesso di beni, di prestazioni e di diritti indispensabili per lo sviluppo e la tutela degli uomini. Un ambito ove politicamente la categoria e il concetto (e quando diciamo concetto intendiamo tutta una riflessione antropologica, politica e filosofica, in breve: una visione del mondo) trova sempre più applicazioneè l’ambito della conoscenza, ambito cruciale per una società futura e globale dell’innovazione e del sapere condiviso”. (Alessandro Arienzo, Alberto Lucarelli, Ugo M. Olivieri, docenti dell’Università Federico II di Napoli)

Ma a cosa si riferiscono questi illustri signori con questa bella definizione di “bene comune”?
La scorsa domenica si sono riuniti a Bologna studenti, dottorandi, docenti, ricercatori precari e strutturati per discutere della situazione attuale dell’università. Tutte queste brillanti menti del nostro paese – la riserva del futuro dell’Italia – si sono ritrovate sotto lo slogan bellissimo di un’ Università Bene comune. Quello che emerge è un perpetuarsi del disinteresse del Governo verso quello che è il sistema universitario del nostro paese. Il governo di tecnici illuminati non ha certamente a  cuore la sorte degli Atenei del nostro paese e moltissime istituzioni di altissimo livello vanno verso un poco gloriosa fine. Tante università italiane sono sopravvissute a guerre e invasioni ma rischiano di essere distrutte alle loro fondamenta da una politica tesa a favorire università private e di pochi. Non è un caso che molti membri dell’attuale governo provengano da atenei non pubblici! Ma accanto a questa volontà dannosa per l’università di tutti – che è bene comune e prezioso – si può notare una tendenza a favorire certi insegnamenti ipertecnici, disumanizzati e poco critici. Non ci stupiamo se insegnamenti umanistici e di scienze pure vengono sempre più accantonati a favore di una ricerca improntata ad un successo tangibile e subito evidente. Queste discipline hanno la capacità di formare menti indipendenti e critiche a scapito di risultati subitanei.

Martha Nussbaum, una filosofa americana, in un suo libro “Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica” (Il Mulino, 160 pagine, 14€) afferma con forza (il libro è del 2010) che il mondo occidentale non solo vessato da una grave crisi dell’economia, ma anche da una crisi dell’istruzione. L’eminente studiosa non può che mettere in guardia i governi invitando loro a non prendere alla leggera questa crisi radicale, perché alla scoparsa della cultura segue una scomparsa della democrazia. Per concludere cio la prima pagina del suo appassionato saggio:

Ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di proporzioni inedite e di portata globale. […] Mi riferisco ad una crisi che passa inosservata, che lavora in silenzio, come un cancro; una crisi destinata ad essere in prospettiva, ben più dannosa per il futuro della democrazia: la crisi mondiale dell’istruzione. […] Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili per mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato  delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone. Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso ad un filo. Gli studi umanistici […] visti dai politici come fronzoli superflui, in un’epoca in cui le nazioni devono tagliare tutto ciò che pare non serva a restare competitivi sul mercato globale, essi stanno rapidamente sparendo dai programmi di studio, così come dalle teste e dai cuori di genitori e allievi. In realtà, anche quelli che potremmo definire  come gli aspetti umanistici della scienza e scienza sociale – l’aspetto creativo, inventivo e quello di pensiero critico, rigoroso – stanno perdendo terreno, dal momento che i governi preferiscono inseguire il profitto a breve termine garantito dai saperi tecnico-scientifici più idonei a tale scopo.
(Martha Nussbaum, Non per profitto, Il mulino, Bologna 2011 pp 21-22)

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