Personalizziamo! Anzi, no: standardizziamo! Anzi, no…

confusione

 

La scuola italiana è schizofrenica. O almeno lo è nella sua legislazione.

Il legislatore, infatti, le ha dato, in una congerie di norme, un doppio statuto: autonoma ma standardizzata.

Come può essere tutto ciò?

Tutto non si tiene.

Oggi si fa un gran parlare di “personalizzazione”: didattica personalizzata, piani personalizzati. La scuola diventa, in questa vulgata, non un servizio uguale per tutti, ma un insieme di pratiche, obiettivi, scopi, metodi che devono variare da alunno ad alunno, perché ognuno è portatore di una qualche esigenza “speciale”. Tutta l’idea dei cosiddetti “Bisogni Educativi Speciali” oggetto di direttiva ministeriale si basa su quest’assunto.

Ma contemporaneamente lo stesso MIUR impone a tutte le scuole le prove Invalsi. Decise centralmente, per la formulazione delle quali i singoli Istituti non hanno alcuna possibilità di incidere. I test delle prove Invalsi entrano nella valutazione degli esami di Stato della scuola secondaria di primo grado, stabilendo così una prescrittività dei contenuti dei test. E allora, dove è finita la “personalizzazione”?

Per giunta, il Ministero impone a tutte le scuole le “Indicazioni Nazionali”, che non sono più Programmi, ma norme-cornice entro le quali formulare un agire didattico: e invece poi obbliga a rispettare le norme Invalsi, che hanno un proprio Programma: i “Quadri Invalsi”. Sono validi entrambi i documenti (Indicazioni e Quadri), ma il primo consente una discrezionalità d’azione della scuola, il secondo è prescrittivo. Allora adattiamo la prassi al contesto o facciamo tutti la stessa cosa?

Negli stessi BES si trova una contraddizione enorme: da un lato le prescrizioni vogliono che venga riconosciuta l’irripetibilità di ogni alunno (di ogni problema di ogni alunno) con “bisogni speciali”. Da un altro, tutti i BES sono accomunati da una unica idea dei “bisogni speciali”, che fa di ogni erba un fascio: BES sono i non italofoni, i disabili, i dislessici, quelli con difficoltà transitorie, eccetera.

A margine, sempre per parlare di schizofrenia imposta, si può ricordare la legge sull’autonomia scolastica: essa disegna una scuola che può decidere da sola, con i suoi organismi istituzionali, in merito a progettazione, orari, regole: ma poi il Miur, attraverso un combinato disposto finanziario-organizzativo, (i tagli, l’abolizione delle compresenze) impedisce alle scuole di essere davvero autonome. Come un padre che dice a suo figlio: eccoti un centesimo, puoi farne quel che vuoi. Sei libero e autonomo. Qui, la standardizzazione è… sulla miseria.

Forse qualcuno, ai piani alti del MIUR, potrà giustificare questo stato di cose adducendo l’argomento che non tutto è bianco e nero, non bisogna essere manichei e un aspetto della scuola contempera l’altro, ci vuole sia la standardizzazione che la personalizzazione, ci vuole autonomia ma disciplina. Ecco, quest’argomento scivola catastroficamente su di una realtà vecchia di dieci anni: non c’è stata alcuna direzione dei sistemi e dei processi, la scuola è stata lasciata alla mercé di politici con le cesoie, le norme si sono sovrapposte e confuse. C’è un Dirigente Scolastico che usa dire: datemi una Circolare Ministeriale, te ne trovo una uguale e opposta.

Chi conosce la scuola vede le aberrazioni sia della personalizzazione che della standardizzazione. Due errori non fanno una cosa giusta. La sola direzione univoca che sta seguendo la scuola, purtroppo, è quella della sua aziendalizzazione. Per il resto, il MIUR è una bussola impazzita che indica diversi punti. Tutti sbagliati.

 

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